Fa parte del gruppo collinare dei Cimini, tra castagneti
e vaste coltivazioni di noccioleti. Il periodo di maggiore sviluppo
urbanistico ed economico è legato a Francesco Ruspoli, nel primo trentennio
del Settecento. Il monumento più rappresentativo è il castello Baronale
(o palazzo Ruspoli), che venne edificato su una preesistente
struttura benedettina intorno al 1280, al tempo di papa Nicolò III e dei
prefetti Di Vico. Il più radicale rinnovamento è opera del primo conte di
Vignanello, Sforza-Marescotto, nella metà del Cinquecento, secondo i
progetti del Sangallo.L'edificio venne dotato di merli ghibellini e assunse
quell'austerità che ancor oggi ammiriamo, con i quattro torrioni angolari
muniti di contrafforti che si ergono dal profondo fossato. Sui lati lunghi
delle possenti mura poggiano due vetusti ponti levatoi: uno dà sulla
piazza centrale del paese, l'altro sul giardino voluto nel Seicento da
Ottavia Orsini, la figlia di Vicino, ideatore del Sacro Bosco di Bomarzo.
L'androne, che disimpegna ai vari appartamenti, sorge nello spazio
precedentemente occupato dal cortile; il progetto di copertura (1569) è
attribuito al Vignola. Un albero genealogico, dipinto all'interno, chiarisce
che il capostipite dei Marescotti, tale Marius Escotus, discendeva da
uno dei comandanti di Carlo Magno, a sua volta della reale casa scozzese di
Douglas e conte di Gallivaglia. Le numerose stanze situate al piano nobile,
che offrono una bella vista sul giardino, accolgono alcuni apprezzabili
affreschi e ritratti di varie epoche con soggetti e personaggi che hanno fatto
la storia del palazzo.Il giardino, che viene considerato uno
straordinario esempio di modello compiuto di "giardino
all'italiana", ha il raro pregio di essere giunto a noi pressoché
integro. La sua realizzazione (da datare agli inizi del Seicento) porta la
firma di Ottavia Orsini moglie di Marcantonio Marescotti, simboleggiata dalle
sue iniziali e di quelle dei figli (Sforza e Galeazzo) nel disegno del bordure
di bosso collocate nei riquadri del parterre. Lo spazio rettangolare, percorso
da quattro viali e suddiviso in dodici parterre allineati, è un'armoniosa
geometria di siepi miste, formate da alloro, lauro-ceraso, viburno, tino e
bosso. Al centro è collocata una peschiera circondata da una balaustra,
mentre a livello dei bastioni si distende il "giardino segreto" di
Ottavia, sotto cui si insinuano gallerie e grotte in gran parte ancora
inesplorate.Nel 1704 la famiglia prese il nome Ruspoli, ciò avvenne in
seguito alla celebrazione del matrimonio di Sforza-Marescotti con Vittoria
Ruspoli.A Francesco Ruspoli si deve, tra l'altro la costruzione della collegiata
di Santa Maria, consacrata l'8 novembre 1725 da Benedetto XIII.
Nell'interno tardo-barocco si ammirano un pregevole organo, a cassa
settecentesca, e una ricca Gloria lignea entro cui è collocata
l'immagine della Madonna col Bambino, attribuita ad Annibale
Carracci. Nella chiesa di San Sebastiano è custodita una tela
attribuita al Pomarancio (Incoronazione della Vergine, San Francesco e
San Sebastiano) donata alla comunità nel 1626 da Sforza Vicino. In
quella di San Giovanni è venerata una tela settecentesca dell'Immacolata.
Vignanello ha dato i natali a Clarice Marescotti (1589-1640), figlia di
Marcantonio e Ottavia Orsini, beatificata nel 1726 e quindi canonizzata da
Pio VII con il nome di Santa Giacinta nel 1807.
L’oracolo di Viterbo
Clarice Marescotti nacque a Vignanello nel 1589. Per il suo
carattere ribelle venne affidata dai genitori alle suore di San Bernardino a
Viterbo. Poiché una volta tornata a casa insisteva nelle sue intemperanze, il
padre le propose ironicamente di farsi monaca. Clarice, in gesto di sfida,
accettò ed entrò in convento. Ma anche qui pretese che le venissero
riservate particolari attenzioni e non volle rinunciare ad agi e comodità.
Dopo qualche anno fu colpita da una grave malattia. Da quel momento fiorì nel
suo cuore una convinta vocazione. Cominciò una vita di penitenza fino ad
acquistare fama di santità. Molti accorrevano ad ascoltare la sua parola: per
questo fu chiamata l’Oracolo di Viterbo. Beatificata nel 1726, fu
annoverata nel Canone delle Vergini da papa Pio VII nel 1807.