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Civita di Bagnoregio
Nella zona dell'Alto Lazio compresa fra Il lago di Bolsena e il Tevere, nel cuore di una
vastissima valle, cui fanno da sfondo i Preappennini, il Cimino e il Soratte, adagiata sulla piattaforma di una collina insulare che , sorge dal profondo come il colletto da un cratere vulcanico, Civita di Bagnoregio", patria di S. Bonaventura, offre, a chi la osservi da lontano, una visione allucinante, un panorama Irreale e suggestivo che sembra creato dalla fantasia di un grande artista. Il millenario lavorio di erosione di due torrenti che scorrono, depredando la terra, al piede della collina, i dilavamenti operati dalle acque superficiali sui versanti argillosi e i conseguenti franamenti delle pareti rocciose" a picco che delimitano l'abitato hanno determinato una lenta e incessante rovina del borgo che, condannato e impotente, vede precipitare e scomparire, ad una ad una, le sue case nel baratro" restringersi, anno per anno, il suo perimetro. Sorta in epoca etrusca e passata sotto la giurisdizione di Roma,
Civita era già sede episcopale nel VI secolo e mantenne il titolo di città fino all'inizio del sec. XVIII fino a quando, cioè, il disastroso terremoto dell'11giugno 1695, provocando danni irreparabili, costrinse a trasferire nella vicina Rota (attuale Bagnoregio) l'episcopio, la cattedrale ed altri istituti ecclesiastici e civili. Il principio della vera agonia per quella che è invalso appellare “la città che Muore” data da quel luttuoso evento. Una visita a Civita costituisce, per il turista motivo di eccezionale
godimento estetico e spirituale. La medievale porta di città, detta “ di S. Maria” su cui alcuni simboli lapidei tramandano il ricordo delle fiere ribellioni degli abitanti alla prepotenza dei Monaldeschi e dei Baglioni ed ai tentativi di assoggettamento da parte di città vicine e più forti, immette il visitatore nel regno del sogno e della poesia.
Ecco, lungo le vie diritte e strette, che mantengono ancora la ben nota disposizione e orientazione delle città etrusche, le fatiscenti casette medievali, i superbi palazzi rinascimentali dal tetto scoperchiato, la superstite chiesa di S. Donato, che fu già
cattedrale, col suo slanciato e ferito campanile e con i tesori del suoi altari e della sua sagrestia; ed ecco, qua e là, proferli che arieggiano quelli viterbesl, colonne infrante di templi pagani, cippi funerari etruschi e romani e mille brandelli e reliquie di un glorioso passato; e, su tutto, la patina grigia del tempo e della desolazione.
Ma a chi si affaccia dall'orlo della rupe, che con pareti vertiginose e instabili circonda l'abitato, appare, tutt'intorno, lo spettacolo raro e indimenticabile dello sfacelo e della
convulsione della terra, sotto l'implacabile riprodursi ed estendersi del fenomeno calanchifero.
Testo di Francesco Petrangeli Papini.